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Monaco di Baviera sta ospitando in questi giorni l’ESC Congress 2026, il congresso della Società Europea di Cardiologia e uno dei principali appuntamenti mondiali dedicati alle malattie cardiovascolari.Ogni anno migliaia di cardiologi, ricercatori e professionisti sanitari si incontrano per presentare nuovi studi e discutere i documenti destinati a orientare la pratica clinica. La Cardiologia universitaria dell’ospedale "Morgagni-Pierantoni" di Forlì,diretta dal professor Carmine Pizzi, ha partecipato al Congresso con un’ampia delegazione (inclusi i dott. Luca Bergamaschi, Francesco Angeli e Matteo Armillotta) e con ben otto contributi scientifici. Le ricerche hanno riguardato soprattutto l’infarto miocardico acuto, comprese le forme in cui le coronarie non presentano ostruzioni significative, il rapporto con l’inquinamento atmosferico e l’impiego delle tecniche di imaging piùavanzate. Altri studi si sono concentrati sulle masse e sui tumori cardiaci, dalla diagnosi alla valutazione del rischio di complicanze

La nuova definizione mondiale dell’infarto
La principale novità scientifica di questa edizione è stata la presentazione della Quinta Definizione Universale dell’Infarto Miocardico, elaborata congiuntamente dalle maggiori società cardiologiche internazionali. Può sembrare un tema riservato agli specialisti, ma ha conseguenze molto concrete: stabilire con precisione quando un danno del muscolo cardiaco può essere definito infarto, individuarne il tipo e distinguerlo da altre condizioni permette di scegliere cure e controlli più appropriati. Il documento introduce una classificazione più semplice e legata al meccanismo della malattia che verrà utilizzata da tutti i cardiologi universalmente. Nel nuovo documento internazionale compare, tra i riferimenti scientifici, anche un precedente lavoro del gruppo forlivese pubblicato sulla rivista "Circulation". Lo studio ha approfondito una
situazione specifica, ma frequente, nella cardiologia moderna: come distinguere, nei pazienti sottoposti ad angioplastica coronarica, un vero infarto legato alla procedura dal semplice aumento degli indicatori di
danno cardiaco. Il riconoscimento conferma che il lavoro di ricerca della Cardiologia di Forlì contribuisce a un dibattito scientifico con ricadute sulla pratica clinica internazionale
Su JAMA Cardiology una classificazione basata sulle cause
A Monaco è stato inoltre presentato, e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale JAMA Cardiology, il lavoro “Causal Endotype-Based Classification of Myocardial Infarction”, che propone di affiancare alla classificazione universale dell’infarto una lettura ancora più dettagliata, centrata sulla causa prevalente. La ricerca condotta dal gruppo ha suddiviso gli infarti in
quattro grandi gruppi: quelli dovuti a un problema delle coronarie, quelli provocati da altre malattie del cuore, quelli legati a condizioni generali
dell’organismo e i casi nei quali la causa rimane incerta. I gruppi presentavano caratteristiche cliniche e risultati a distanza differenti,
mostrando quanto sia importante non fermarsi alla sola diagnosi di “infarto”, ma ricostruire il meccanismo che lo ha provocato.
Il collegamento con la nuova definizione mondiale è diretto:entrambi i lavori mettono al centro il meccanismo che ha causato l’infarto. La Quinta Definizione distingue le grandi categorie di infarto primario, secondario e correlato a procedure; lo studio su JAMA Cardiology offre una maggiore granularità nei pazienti con infarto spontaneo, separando le cause coronariche, cardiache non coronariche e sistemiche. Non sostituisce quindi il documento internazionale, ma fornisce dati clinici che possono
completarne e affinare l’applicazione.
L’infarto non è una malattia uguale per tutti - spiega Matteo Armillotta, dottorando dell’Università di Bologna, primo nome dell’articolo e co-primo autore insieme a Francesco Angeli - In alcuni pazienti nasce direttamente da un problema delle coronarie, in altri è la conseguenza di una malattia del cuore non coronarica o di una grave condizione generale. Il nostro
lavoro cerca di rendere questa complessità più chiara. L’obiettivo non è aggiungere etichette, ma arrivare a una diagnosi più aderente al singolo paziente e orientare meglio le cure e il follow-up”
Ricerca e assistenza, un unico percorso
La partecipazione dei giovani medici ai progetti e ai congressi internazionali rappresenta una parte centrale dell’attività scientifica e formativa del gruppo.
“L’integrazione tra ricerca clinica e assistenza è essenziale - sottolinea il professor Carmine Pizzi, Direttore della Cardiologia universitaria dell'ospedale di Forlì e professore associato dell'Università di Bologna
- Studiare in modo rigoroso ciò che osserviamo ogni giorno in reparto ci permette di comprendere meglio le malattie e di riportare rapidamente queste conoscenze al letto del paziente. La presenza all’ESC e la pubblicazione su una rivista come JAMA Cardiology sono riconoscimenti
importanti, ma il vero obiettivo resta migliorare la qualità delle diagnosi, delle decisioni terapeutiche e dell’assistenza offerta ai
cittadini”